Fondamentalista sarà Lei!

In merito alla “vexata quaestio” delle Grandi Navi, il presidente del Porto Musolino ha dichiarato di aver fatto fare uno studio comparato sulle varie ipotesi sul tavolo, che metterà a disposizione del Ministero competente, in modo da prendere finalmente una decisione ponderata e, auspicabilmente condivisa dai più. Una posizione costruttiva e direi quasi ovvia, che avrebbe dovuto per la verità essere presa prima. In contemporanea, l’on. Baretta si esprime a favore della soluzione stazione Marittima a Marghera, specificando che si tratta peraltro di un’opinione personale. Apriti cielo! Per il Presidente di Municipalità Martini, Musolino e Baretta sono al soldo di chissà quali poteri oscuri perché, orrore!, non tengono conto del suo parere e dei pronunciamenti di “comitati, associazioni, personalità di ambito scientifico di calibro internazionale, esperti, capitani di lungo corso, ambientalisti, ecc.” che non vogliono scavi in laguna (scavi che, peraltro, nell’ipotesi Marghera non ci sarebbero). Niente Grandi Navi punto e basta e che i 1200 lavoratori che ci gravitano si fottano. E si offende pure se Musolino li chiama fondamentalisti.

Non se ne può più di un certo garrulo modo di fare politica basato sull’assunzione a priori di essere i soli depositari della Verità e della Giustizia. Fare politica è cercare il miglior compromesso possibile, con fatica e valutando tutte le opzioni. Che sono tutte legittime, fino a prova contraria. Altrimenti si cade nel fondamentalismo. Appunto.

 

Lorenzo Colovini

Il teatro dell’assurdo

Qualcuno invoca Ionesco e il suo teatro dell’assurdo.

Beh! bisogna dire che su tutta la vicenda della proposta di riforma di Legge elettorale il Parlamento italiano ha brillato per inconsistenza, inaffidabilità, incoerenza.

Eravamo tutti preparati ad accogliere questo proporzionale “tedescofilo” – anche se assomigliava più ad un wurstel alla parmigiana che a un vero e proprio bratwurst – anche quelli di noi che avrebbero aspirato ad un bel sistema maggioritario rafforzativo delle prerogative governative avrebbero accettato. Eravamo tutti lì a far buon viso a cattivo gioco, a fare ragionamenti sulla convenienza di quel proporzionale che ripristinava  frenesie da Prima Repubblica.

E invece no.  Con la sorpresa dei più  e con la sicumera di quelli che “lo sapevo io, l’avevo detto e bla, bla, bla…” un bel mix di impavidi allegroni della politica, quelli che le regole le facciamo noi con l’aiuto del blog, dove uno vale uno, pur che sia sempre lo stesso uno, e un bel gruppetto di franchi tiratori, meglio sarebbe chiamarli tiratori scelti, tanta è la loro precisione nel colpire il segno ogni volta che serve. Quella proposta di riforma che sulla carta avrebbe dovuto avere una maggioranza bulgara è stata bellamente affossata.

E adesso? Consultellum + Italicum riformato, in un bel miscuglio di regole diverse e di contraddizioni palesi.

Con la Politica che di maiuscolo ormai ha solo le cantonate che prende e che ignominiosamente palesa sul palcoscenico di un Parlamento, ridotto appunto alla rappresentazione della “Cantatrice calva”.

Franco Vianello Moro

Legge elettorale alla tedesca. O no?…

Prendiamone atto con realismo: l’unico accordo possibile sulla legge elettorale era sul ritorno al proporzionale. Accontentiamoci. Meglio una legge condivisa e coerente tra le due Camere piuttosto che niente. E mettiamocela via: sulla maggior parte degli italiani (e non solo dei politici), la retorica del “sapere chi ha vinto la sera stessa delle elezioni” non ha gran presa. Meglio un sistema che consenta di dire a tutti di aver un po’ vinto, come nella prima Repubblica.

Questo per dire che sono di “bocca buona”, o meglio rassegnato. Però francamente c’è un particolare di cui, anche con la migliore disposizione, mi sfugge la logica. Si è voluto scimmiottare il sistema tedesco prevedendo il doppio binario dei collegi uninominali e dei listini. La ratio del sistema tedesco è quella di consentire all’elettore di scegliere il “suo” parlamentare, e quindi votare un tizio che stima e lo rassicura nella rappresentanza del suo territorio anche se non del suo partito, al quale andrà il voto sulla scheda proporzionale. Bene, notizia di ieri, la logica richiesta di MDP e 5stelle di prevedere due schede separate e quindi un possibile voto distinto è stata cassata. Ma se io sono obbligato a scegliere in blocco candidato uninominale e listino, tanto valeva lasciare solo quest’ultimo. O no?

 

Lorenzo Colovini

Il bambino e l’acqua sporca

L’abolizione dei voucher per disinnescare il referendum della CGIL era stata, forse, una mossa politicamente opportuna per il Governo ma certamente al costo del classico “buttare il bambino con l’acqua sporca”. Il voucher infatti rispondeva egregiamente all’esigenza di regolarizzare prestazioni lavorative occasionali evitando ai datori di lavoro una burocrazia folle scoraggiando il “nero”. Quindi regolarizzazione, introiti per lo Stato e semplicità di utilizzo. Non vi è dubbio che se ne sia abusato ma appunto gli abusi erano l’acqua sporca, il bambino era sano.

La proposta di reintroduzione dei voucher risponde dunque ad un’esigenza vera e chiunque abbia onestà intellettuale, di destra o di sinistra che sia, riconoscerà leggendolo che mette paletti precisi e ragionevoli in termini di soglie di utilizzo e tipologie di lavori voucherabili.

Ma è l’Italia bellezza..  la Camusso ulula di attacco alla democrazia, Bersani (quello delle lenzuolate, quello che ha fatto del pratico buon senso una cifra di stile personale!!) annuncia il voto contrario di MDP e la batteria delle vigili vestali anti-incucio (ultimo Giannini su Repubblica) vi vede la rinascita del Patto del Nazareno. Gli studenti che si guadagnavano un euro, i braccianti agricoli occasionali, gli esercenti onesti e i contribuenti tutti sentitamente ringraziano.

 

Lorenzo Colovini

Non ci sono bacchette magiche contro l’orrore..

Alla Manchester Arena l’ennesima strage in nome di una delirante anticrociata contro gli infedeli. Altro orrore e ancora, accanto allo scontato cordoglio per le vittime, comprensibili reazioni di rabbia. Alimentate dalla constatazione che, ancora una volta, l’autore di questi crimini è un immigrato di seconda o terza generazione. Il che ha generato, come al solito, furenti appelli alla tolleranza zero e contestazioni alla politica dell’accoglienza (esemplare le lettera al Direttore sul Gazzettino del 25 maggio).

Ora, detto che la reazione “di pancia” è umanamente comprensibile, sarà saggio non farsi illusioni: non c’è una soluzione immediata a questo problema. Perché non è una questione di integrazione sociale (ricordiamo che il tagliagole divenuto tristemente famoso mesi fa era un dj, un altro era un medico, tutte persone perfettamente integrate nella società) ed, allo stesso tempo, non è semplicemente possibile (anche ammesso lo si volesse) espellere tutti i musulmani dai Paesi europei dove sono ormai radicati.

Resta solo l’arma delle prevenzione e del monitoraggio delle potenziali derive estremiste, attività costosa, faticosa e difficile, anche perché deve rispettare le regole dello stato di diritto. Rispetto che non può venire meno, pena la perdita della nostra anima.  Insomma, prendiamo atto della realtà: non esiste la bacchetta magica per risolvere il problema hic et nunc.

Lorenzo Colovini

 

Serie B

Sembra facile, sono solo due paroline dette così, che per molti possono significare poco.

Ma che in realtà per una comunità vasta, per chi segue le sorti e le vicende di questa squadra, significano molto: l’uscita da un tunnel di oblio in cui si era finiti dopo le buone stagioni a cavallo degli anni 90’-2000.

Poi solo delusioni e soprattutto fallimenti. Economici prima ancora che sportivi.

E disamore, abbandono, spalti semideserti, pochi a sostenere i colori ANV, sempre meno ad interessarsi a quello che succedeva attorno.

Qualcuno ha tenuto duro, ha provato anche a generare nuove prospettive di coinvolgimento e di partecipazione attiva della tifoseria, della comunità veneziana, del territorio metropolitano.

Ma troppo scetticismo, troppe delusioni hanno segnato questa lunga marcia.

Poi improvvisamente si è riaccesa una fiammella, che un americano di nome Joe Tacopina ha saputo alimentare fino a che è esploso un incendio di passione e di partecipazione, e allora tutti a correre sotto le insegne e a vestirsi dei colori. Tutti a riempire il vecchio ma sempre fascinoso e valoroso P.L.Penzo.

E noi a sentirci straniti, quasi estranei, un po’ espropriati della genuinità e della vera passione sportiva che ti fa seguire la squadra ovunque, anche nei campetti della provincia: ma cosa ci volete fare le cose vanno così, bisogna saper accogliere anche tutti gli occasionali del tifo, tutti quelli che sono più clienti (di uno spettacolo) che tifosi dei tuoi colori.

Saranno in tanti, sempre di più, bisogna augurarselo, perchè vorrà dire che le sorti sportive di questa squadra avranno entusiasmato: traguardi ambiziosi davanti a noi!

Forza Venezia!

Franco Vianello Moro

La sfida della globalizzazione

In un interessante articolo comparso su La Repubblica il 16 Maggio, Federico Rampini fa una disamina del possibile cambiamento dei rapporti di forza nel Mondo sempre più globalizzato.

Di fronte ad una Cina sempre più dinamica e aperta alla collaborazione internazionale  gli USA, un tempo tessitori di relazioni a 360°, stanno maturando atteggiamenti di preoccupante ripiegamento verso orizzonti nazionalistici che sono imposti dall’attuale  politica di Trump.

Da leggere.

di Federico Rampini

L’Air Force One scalda i motori per il primo viaggio all’estero di Donald Trump, che lo porterà dall’Arabia saudita all’Europa, concludendosi al G7 di Taormina. Troppo tardi? Il vero vertice globale è già avvenuto. E il presidente degli Stati Uniti era assente. Il maxi- raduno di 29 leader accolti a Pechino da Xi Jinping ha avuto un tempismo singolare, precedendo di pochi giorni la prima missione estera del neo-presidente americano. La Nuova Via della Seta, proposta dalla Cina al resto del mondo, si propone come l’architrave della globalizzazione 2.0. Se il Secolo Americano si sta chiudendo, il Secolo Cinese si candida a sostituirlo. Il titanico progetto di costruzione di infrastrutture che Pechino “offre” al resto del mondo (pagando buona parte dei costi, stimati oltre i mille miliardi), non è solo la costruzione di una vasta rete di connessioni per consolidare rapporti economici; è anche la proposta di un modello alternativo a quello americano. Siamo al passaggio delle consegne? In America e nell’intero Occidente si moltiplicano i pentiti della globalizzazione, e alimentano i ripiegamenti nazionalisti. La Cina afferra la bandiera del globalismo, ne pretende la leadership, costruisce le nuove istituzioni per governarla.

DA BREXIT A TRUMP: OCCIDENTE PROTEZIONISTA

Mentre il presidente americano si appresta a visitare l’Europa “col cappello in mano” — chiede agli alleati più soldi per la Nato — il suo omologo cinese ha promesso 124 miliardi di investimenti ai 65 paesi coinvolti nel progetto One Belt One Road (detto anche Nuova Via della Seta). Oggi è l’Occidente a fare marcia indietro rispetto al multilateralismo e alla globalizzazione. E non diamo tutta la colpa a Trump. Già Brexit aveva confermato l’inizio di una marcia a ritroso rispetto all’era della costruzione di grandi mercati aperti, ormai contestata da anni sia in Europa che in America. Appena arrivato alla Casa Bianca, Trump ha stracciato il Tpp, nuovo trattato di liberalizzazioni degli scambi con l’Asia-Pacifico a cui aveva lavorato per anni Obama. Il trattato gemello Ttip, fra Usa e Ue, è già da tempo su un binario morto. Prima ancora dell’arrivo di Trump erano gli europei a non volerlo più. Perfino il Nafta nordamericano è in un limbo: Trump vuole cambiarlo a favore del made in Usa. Se Messico e Canada non fanno concessioni, lui è disposto a ritirarsi.

AMERICA FIRST.

Riprendendo un cavallo di battaglia della sinistra, Trump in campagna elettorale ha ripetuto più volte: smettiamola di fare il gendarme del mondo, non illudiamoci di esportare democrazia; se c’è una nazione da ricostruire è l’America, le cui infrastrutture cascano a pezzi. Constatazione irrefutabile. Però questo accento sulla “priorità interna” segna una rottura con 70 anni di tradizione globalista degli Stati Uniti. Non è che la Cina sia meno nazionalista, e in quanto a protezionismo può dare dei punti a tutti. Ma ora è Xi Jinping ad ammantare gli interessi nazionali cinesi di una visione che include un progetto da condividere con il resto del mondo. Secondo le stime di Pechino, gli investimenti per la Nuova Via della Seta hanno già creato 180.000 posti di lavoro nei 65 paesi coinvolti, che rappresentano il 62% della popolazione mondiale e oltre un terzo del Pil planetario.

UN TRILIONE PER LE INFRASTRUTTURE.

Curiosamente le cifre si assomigliano. Mille miliardi sono una valutazione “prudente” di quel che la Cina stima come volume totale degli investimenti in infrastrutture, dalle ferrovie merci ai porti, dagli oleodotti alle reti elettriche, in una ramificazione che abbraccia l’Oceano Indiano e il Mediterraneo, il sudest asiatico e la Mitteleuropa. Mille miliardi, ha promesso di investire Trump per ammodernare le infrastrutture: ma solo quelle del suo Paese, che ha ritardi enormi da recuperare. Basti pensare che non esiste una sola ferrovia ad alta velocità negli Stati Uniti mentre la Cina nell’ultimo decennio ha raggiunto con migliaia di chilometri di nuove linee il “club della Tav” che include Giappone, Francia, Germania, Italia.

MANCANZA DI CAPITALI?

Trump non ha ancora presentato un singolo progetto di investimenti in infrastrutture né ha stanziato un solo dollaro. L’ostacolo è il Congresso: i repubblicani sono ostili al deficit pubblico. Trump ha accennato alla possibilità di fare ricorso a capitali privati (project financing) ma le grandi opere infrastrutturali non offrono quei profitti di breve termine che piacciono a Wall Street. Pechino ha un debito pubblico più alto di quello americano, ma procede lo stesso. Nel suo capitalismo di Stato le joint-venture pubblico-privato sono costanti. Banche pubbliche e grandi imprese statali hanno già stanziato 130 miliardi di dollari per gli investimenti in vario modo collegati alla Nuova Via della Seta.

PIANO MARSHALL.

Il globalismo cinese, proprio come quello americano alla fine della seconda guerra mondiale, avanza costruendo non solo autostrade e aeroporti, ma anche istituzioni per la governance. L’America di Roosevelt disegnò l’architrave della prima globalizzazione a Bretton Woods nel 1944: Fmi, Banca mondiale, Gatt. Poi appoggiò la nascita della Cee. La Cina ha già fatto una prima mossa con l’inaugurazione della Asia Infrastructure Investment Bank. Gli americani usarono gli aiuti del Piano Marshall per legare a sé i Paesi alleati, e al tempo stesso farne degli sbocchi per le proprie esportazioni. Xi Jinping è già riuscito ad attirare dentro la nuova banca i maggiori paesi europei, sganciandoli dagli Usa che non ne fanno parte. E per la Cina la Nuova Via della Seta apre nuovi sbocchi proprio come il Piano Marshall: a cominciare dalle grandi opere infrastrutturali, dalla produzione di cemento e acciaio, dove la Repubblica Popolare soffre di sovrapproduzione. È un modo per rilanciare la crescita cinese, minacciata al suo interno da bolle speculative, sofferenze bancarie, invecchiamento demografico. Si accompagna alla internazionalizzazione del renminbi, che per la prima volta è stato promosso dal Fmi nel club delle valute globali con dollaro, euro, yen.

SFIDA IDEOLOGICA E DIRITTI UMANI.

Il Secolo Americano ebbe la sua dottrina: da un lato vantava la superiorità del binomio formato da economia di mercato e liberaldemocrazia; d’altro lato prometteva benefici ben distribuiti a tutti coloro che aderivano a quel modello. Oggi l’Occidente è pervaso da dubbi e delusioni: con la globalizzazione sono aumentate le diseguaglianze interne, il ceto medio sta franando, i giovani hanno aspettative inferiori ai genitori. La Cina vede il mondo alla rovescia: la globalizzazione ha ridotto le distanze Nord-Sud e ha consentito di creare nei paesi emergenti una nuova classe media di oltre mezzo miliardo di persone. Ora è la Cina a proporre il globalismo come una strategia “win-win” cioè un gioco a somma positiva in cui tutti hanno da guadagnare. Xi Jinping teorizza apertamente la superiorità del suo modello autoritario rispetto al caos politico delle democrazie occidentali. Ma la Germania ha sollevato un tema delicato al summit di Pechino: nei maxi-investimenti per la Nuova Via della Seta chi garantisce la sostenibilità ambientale? E in quei cantieri ci saranno diritti sindacali? L’Europa che ha contestato aspramente il globalismo di Obama e il Ttip in nome della salute e della protezione dei consumatori, dovrà mostrarsi altrettanto vigilante di fronte all’avanzata del modello cinese.